Fantasmi di famiglia, di Maisy Card

Allora, sei un giamaicano di sessantanove anni di nome Stanford, diminutivo Stan, e una volta hai inscenato la tua stessa morte. Anche se la questione non l’hai mai descritta in questi termini. All’epoca l’hai considerata una possibilità da agguantare, te l’aveva messa davanti Dio ma, siccome un mese fa è morta tua moglie Adele, ti sei convinto che il suo infarto è stato una punizione per il tuo peccato. E quindi oggi hai convocato tre delle tue figlie femmine nella stessa casa, anche la figlia che ti ha creduto morto per tutti questi anni, e hai deciso infine di raccontare la verità: tu non sei chi dici di essere”.

Per trent’anni Abel Paisley ha vissuto nei panni di un altro uomo, Stanford Solomon. Solo in punto di morte confessa alla famiglia di non essere l’uomo di cui porta il nome. Ecco, Fantasmi di famiglia ruota attorno alle conseguenze di questa decisione. Donne, uomini, bambini, fantasmi, diari ritrovati e poi perduti, la memoria spesso dimenticata del colonialismo, del razzismo e della schiavitù, di questo si compone l’identità afro-giamaicana.

L’albero genealogico che ci accompagna sin dalle prime pagine non deve spaventare, anzi. Fantasmi di famiglia (These ghosts are family, la perfezione nel titolo!) è un romanzo corale e procede in un zigzag temporale. Ma quell’albero, con ogni sua fronda, offrirà riparo ad ogni voce, permetterà di non perdersi nell’andirivieni tra passato e presente, ospiterà presenze e assenze, narrazioni collettive e pratiche soprannaturali. Nei brevi capitoli, perfettamente sincronizzati, ogni personaggio troverà lo spazio per raccontare il proprio vissuto.

Nessuna famiglia è perfetta, ormai è chiaro a molti, il trauma si rinnova di generazione in generazione, ma la conoscenza delle propri radici consente un presente più consapevole. Quindi lasciamo prenderci per mano dalla spiritualità che accompagna ogni storia, così che diventi anche la nostra.

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