La vita di chi resta, di Matteo B. Bianchi

“Lo odio. Lo odio così tanto per quello che ha fatto. Come ha potuto gettarci in questo incubo? Me, suo figlio, sua madre anziana, la sua famiglia, come ha potuto?
Sei un bastardo, S., sei un vero bastardo. E un egoista, cazzo.
Lo grido, da solo, a casa, grido contro le pareti del nostro appartamento. Certe sere. Certe notti.

Lo odio, ma allo stesso tempo sento di non poterlo odiare. Che già si è punito così tanto lui stesso che non posso aggiungerci il mio, di carico.
Mi dibatto dentro sentimenti opposti, di odio e amore, di rabbia e compassione, di furia e tenerezza, di condanna e comprensione, due forze antagoniste che mi stritolano.

Neanche questo riesco a capire. Cosa provo? Come posso passare da un estremo all’altro con tanta rapidità, a volte nello stesso momento, a volte nello stesso pensiero?
Non si va alla deriva in una sola direzione. Si è strappati da una parte all’altra. Ci si sfracella in ogni direzione.

Sì, il romanzo di Matteo B. Bianchi, La vita di chi resta è un libro che parla di suicidio. Del gesto meditato, deliberato e messo in atto da un uomo con una famiglia e una relazione alle spalle. Lo fa senza sconti (a cosa servirebbero?), con l’obiettivo dichiarato di accendere un faro su questo tema che tanto ci spaventa e aiutare tutti quelli che con questa tragedia entrano in contatto a sentirsi meno soli. Il libro non vuole indagare le dinamiche che hanno portato S. a questo gesto estremo, ma si concentra su quelli che gli sopravvivono: il suo ex compagno, la sorella, l’ex moglie e, in pagine di struggente bellezza, il figlio, l’unico al quale S. non ha potuto mentire.

Per questo potremmo dire che il vero tema che attraversa tutto il romanzo è l’amore, non la morte. Anzi, l’amore che vince sulla morte. Ogni pagina di questo libro, scritto volutamente per frammenti, contiene i pezzi di cuore di chi viene colpito da questo lutto così violento e si ritrova condannato a sopravvivere con questo ricordo che non li abbandonerà mai.

Colpiscono anche le pagine dedicate a come la scienza e la medicina trattano il tema del suicidio; ad esempio scopriamo che soltanto trentotto paesi in tutto il mondo hanno attivato programmi di prevenzione per il suicidio. Negli altri si continua a ignorare il problema. Oppure leggiamo che secondo l’American Psychiatric Association la perdita di un familiare per suicidio è differente da qualsiasi altro tipo di lutto ed è un evento catastrofico paragonabile all’esperienza in un campo di concentramento. Attualmente non esistono protocolli scientifici specifici per l’aiuto e l’assistenza ai survivors. Lo sapevate? Migliaia di persone che precipitano in uno stato di dolore e confusione estremi che non sappiamo come trattare.

Non abbiate paura di immergervi tra queste pagine; sono bellissime come quelle che ci regala la grande letteratura. Sì, qualche lacrima segnerà le vostre guance ma non abbiate vergogna, perché vuol dire che il libro è uscito dalla carta ed è entrato in voi. È un romanzo che parla di una perdita, ma quando lo chiuderete sarete molto più ricchi.

L’AUTORE

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