Bebelplatz, di Fabio Stassi

Bebelplatz. La notte dei libri bruciati, di Fabio Stassi. Ovvero la resistenza della letteratura (e dell’umanità) come atto politico.

Forse la letteratura non è altro che questo: prendere in consegna il lumicino della ragione, e farlo durare, evitare che cada nelle mani di chi lo vuole estinguere e provare a tornare a casa attraverso una campagna popolata di mostri, a rischio di perdere anche le nostre ossa, nel viaggio, sapendo che “oggi nella dispensa non c’è più nulla, e questa candela, che vedi accesa, è l’ultima candela che mi sia rimasta.

Il libro, uscito nel 2024 per Sellerio, è un omaggio al nome dalla piazza berlinese che il 10 maggio 1933 fu teatro di una delle tristemente note Bücherverbrennungen naziste: il rogo di migliaia di libri. In quelle fiamme finirono le parole di Heinrich Mann, Brecht, Freud, Zweig e centinaia di altri autori. “L’uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo di carattere”, disse Joseph Goebbels, sancendo l’incompatibilità tra lettura e obbedienza cieca.

Fabio Stassi parte da qui, ma non si limita a raccontare. Viaggia, indaga, interroga. Nel 2022, mentre la guerra in Ucraina è appena esplosa e l’illusione di una pace stabile in Europa si incrina, l’autore compie un itinerario memoriale nelle città tedesche dove si tennero le Bücherverbrennungen, accompagnato da registri, mappe, archivi e – soprattutto – da una domanda: perché i regimi hanno così paura dei libri? In un mondo che, dalla pandemia, è “di nuovo uscito fuori dai cardini”, Stassi interroga il passato per trovare risposte che parlino anche al presente.

La sua ricerca tocca anche la letteratura italiana: sono cinque gli scrittori presenti nelle liste nere del Terzo Reich. Pietro Aretino, Giuseppe Antonio Borgese, Emilio Salgari, Ignazio Silone e Maria Volpi. Nomi eterogenei per epoca, stile, idee. Eppure accomunati da un’insofferenza – più o meno esplicita – verso ogni forma di imposizione culturale. Come se il solo atto di scrivere, leggere, immaginare, fosse già un gesto di resistenza.

Bebelplatz è un libro militante, che ne contiene tanti altri – lunghissimo sarebbe l’elenco degli autori con cui entra in dialogo, da Canetti e Thomas Mann a Ray Bradbury passando per Cervantes e il suo Don Chisciotte, stella polare di ogni lettore incallito. Perché, come vuole la massima provocatoria di Elsa Morante ricordata da Stassi, lo scrittore sarà anche “un uomo a cui sta a cuore tutto quanto accade, fuorché la letteratura”, ma la letteratura può insegnarci molto su quanto sta accadendo. Perché l’arte “è il contrario della disintegrazione”, restituisce  – nella confusione irreale e frammentaria, e usata, dei rapporti esterni, l’integrità del reale, o in una parola, la realtà.

Nell’epoca delle fake news, della disinformazione sistematica, della censura (palese o mascherata), Bebelplatz ci ricorda che leggere – davvero leggere – diventa un atto politico, un esercizio di memoria e un’affermazione di libertà.

Perché, proprio come scrive Stassi, forse la letteratura non è altro che questo: “prendere in consegna il lumicino della ragione, e farlo durare”. Anche quando la notte sembra lunga. Anche quando resta solo una candela.

L’AUTORE

Articoli correlati

Serge, di Yasmina Reza
Pubblichiamo la versione integrale della recensione di Serge di Yasmina Reza pubblicata sul...
Leggi articolo
Rondine, di Lorna Hill
Fascia d’età: 4+ Rondine vorrebbe rimanere nel suo nido, nel suo piccolo spazio sicuro ma non vuole...
Leggi articolo
La promessa, di Damon Galgut
Dentro a una contemporaneità letteraria nella quale sembra che le storie importanti o presunte tali richiedano...
Leggi articolo